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venerdì 16 marzo 2018

Vallone di Sea: Riflesso di te stesso (6c+ max, 6b obbl.)


Sea è tornata di moda. Come spesso accade è bastato qualche spit alle soste e sulle placche, un pizzico di marketing ben fatto in rete e come per magia lo stesso vallone che 15 anni fa sembrava essere letteralmente dimenticato torna a rifiorire, a giusto titolo, di una massiccia frequentazione.

Un pizzico di storia, recente e meno, per gli appassionati…
Sea è sempre stata considerata un po’ la Valle dell’Orco di serie B: esplorata fra fine anni 70 e per tutti gli anni 80 dagli stessi autori delle vie più famose di Caporal e Sergent, ha visto calare l’oblio praticamente per tutti gli anni 90 ed i primi anni del nuovo millennio, quando gli aficionados che continuavano a vedersi in giro erano praticamente sempre e solo gli stessi e le vie percorse una piccola manciata rispetto alle centinaia tracciate.
Dai primi del 2000 puntualmente qualche linea veniva ripresa e “risistemata” da alcuni attivissimi ed encomiabili “locals” (vedi “Spit Story”, probabilmente la più bella via sportiva di Sea) e qualcuna di nuova tracciata, alcune anche assolutamente piacevoli e spesso ripetute (come Titanic, la classica plaisir del vallone). Ci pensò anche Adriano Trombetta, che a Sea si dedicò alle sue amate quanto criticate “combinazioni”, che di fatto univano i tiri più belli di vie preesistenti, aprendo talvolta tratti nuovi per collegarli. I risultati del suo lavoro, dopo qualche peccato di giovinezza iniziale, erano spesso dei piccoli gioielli della scalata granitica, si pensi a itinerari come “Incubo di Sea II: il ritorno” o “Incastro a Mario”.
Nonostante questa attività però, Sea non era mai ri-decollata e la gente in giro sempre pochissima, per usare un eufemismo.
Nel corso degli anni ci sono sempre ritornato, almeno una volta all’anno, e ogni volta ne tornavo con il piacevole appagamento di una bellissima giornata di scalata su granito su vie brevi ma intense, dove anche se i tiri erano solo 4 o 5, ogni volta si arrivava a terra dopo l’ultima doppia avendone già abbastanza.
Un paio di anni fa, dopo una ripetizione della bellissima “Valle del Narciso”, mi ero però reso conto che forse le vie più interessanti (per me) a Sea erano finite, a meno di non andare a rovistare sulle vie anni 80 probabilmente mai o pochissimo riprese.
Gli arrampicatori però, per fortuna, sono una razza molto eterogenea: ci sono i ripetitori seriali, i liberisti, gli artificialisti, gli apritori dal basso, quelli dall’alto e chissà forse anche quelli di lato…E ci sono anche i romantici innamorati folli di qualche luogo, che a Sea si sono materializzati nei torinesi fratelli Enrico. Appassionati dei luoghi più dimenticati delle Alpi Occidentali, di cui Sea rappresenta forse un archetipo, Luca e Matteo hanno iniziato un’opera seriale di riscoperta delle vie anni ’80 di Sea, concentrandosi principalmente sulle due strutture più importanti del vallone, lo Specchio di Iside ed il Trono di Osiride. Sono “rinati” una ventina di itinerari antichi, in cui i fratelli hanno operato un lavoro titanico di sistemazione delle soste a spit, pulizia e talvolta rettifica dei tiri sempre alla ricerca delle linee più belle, mantenendo sempre un perfetto equilibrio fra terreno protetto a spit sui muri e fessure totalmente clean. Riflesso di te Stesso, Luna Calante, Soffio di Fiaba, solo per citarne tre, hanno riscosso immediatamente un successo mai conosciuto prima e probabilmente sulle pareti di Sea si sono visti più scalatori negli ultimi due anni che nei 20 precedenti.
Le notizie si sono sparse e così si è assistito persino al ritorno dei pionieri anni ’80 (come Maurizio Oviglia, che ha liberato alcune sue vecchie vie e ne ha aperte di nuove) ed alle libere estreme, in primis quella del top mondiale Jacopo Larcher, che ha salito all free la mitica “Così parlò Zarathustra”, un “misero” 7c+ a suo dire
J (bellissimo a quanto pare).  
In una bella giornata estiva, di ritorno dal granito delle Lofoten, con Elvio abbiamo ripetuto proprio Riflesso di Stesso, probabilmente la nuova classica moderna e non possiamo che confermarne la super bellezza. 5 tiri tutti molto piacevoli e vari, con un alternanza di scalata su muro (L1 e L5) e di bellissime fessure facilmente proteggibili (L2 ed L4).
Ora che Sea è tornata, speriamo di riuscire tutti quanti a mantenerne, anche nella sua versione 2020, quel carattere selvaggio e piacevolmente malinconico che la rende unica e per cui amiamo così tanto andarci e ritornarci.  


Il bel L3, quasi tutto da proteggere (comodamente)


Elvio su L3

Ci si diverte per fortuna...

La fessura larga di L4



...per cui ci sta un classico "più impressionante che difficile"

Il muretto di 6c+ dell'ultima lunghezza

Prima di arrivare al crux...


Lofoten Islands

Descriverei le isole Lofoten molto semplicemente come la trasposizione delle Alpi nel mezzo del mar glaciale artico. È questa infatti l’impressione che ho avuto dal primo momento in cui mi sono ritrovato in questo arcipelago nordico in cui si trovano pareti granitiche praticamente ovunque (alcune anche a due metri dalla strada) che precipitano direttamente nelle acque di mari, laghi o complessissimi fiordi.
Ormai le Lofoten sono un posto di cui si trovano informazioni a sufficienza in rete, in più l’uscita della nuova guida di Rockfax aiuta ulteriormente a prepararsi ed a chiarirsi le idee in questo magnifico arcipelago nordico.
Mi limito pertanto a confermare l’ancestrale bellezza di questi luoghi, cui la luce pressoché perenne dei mesi estivi conferisce una vivacità e dei colori unici.
Devo ahimè confermarne anche l’instabilità meteorologica, cosa che ci ha impedito di salire la grande classica del luogo, il Vestpillaren al Prest, che per noi occidentali equiparerei ad un Becco di Valsoera che conficcato dritto nel mare. Ci siamo limitati a ripetere vie su strutture più brevi (Gandalf wall, Pianokrakken ed il celeberrimo Svolvaer’s Goat) apprezzandone comunque la bellezza dell’ambiente e della scalata. Come da anticipazioni che avevamo avuto si conferma il totale carattere clean degli itinerari, su cui semplicemente non c’è nulla (sosta incluse). Con queste condizioni è giocoforza che tutte le linee più classiche si svolgano su terreno fessurato. Gli unici spit si trovano per attrezzare alcune (ma non tutte) linee di discesa.
Per quanto oggi meno “misteriose” rispetto a qualche anno fa, il terreno delle Lofoten resta tuttavia esplorato solo in minima parte ed il potenziale ancora enorme. Basta infatti allontanarsi un po’ dalla strada dal centro “storico” dal punto di vista scalatorio (il magnifico villaggio di Henningsvaer) per vedere pareti più o meno alte e vere proprie bigwall praticamente ovunque, per molte delle quali non risultano notizie di vie di arrampicata.
Un paradiso con pochi eguali al mondo per i fortunati e volenterosi che hanno voglia, tempo a disposizione e pazienza per attendere le belle giornate di sole nei pochi mesi a disposizione a questa latitudine.
Naturalmente una vacanza alle Lofoten non si esaurisce nella bellezza delle arrampicate, ma costituisce soprattutto un momento di evasione totale dalla vita che facciamo tutto l’anno. Il sole sempre in cielo favorisce la libertà di fare cosa si vuole quando si vuole; si può dormire alle 7 di sera così come alle 4 di mattina senza percepire reali differenze; appena si esce dall’unica strada “principale” si trovano solo baie, fiordi, prati e brughiere perennemente deserti e qui più che altrove la possibilità di potere piazzare liberamente una tenda (restate solo a più di 150 metri dalle case, anche se disabitate) scegliendosi l’angolo migliore per cucinare è uno dei piccoli grandi piaceri della vita.
Nei nostri giorni alle Lofoten ci siamo spinti fino alla remota isola di Vareoy, l’ultima e più piccola dell’arcipelago, praticamente disabitata ma incredibilmente bella dal punto di vista paesaggistico. Nei due giorni trascorsi lì siamo saliti sulle due montagne più alte dell’isola, della cui bellezza lascio parlare le foto qui sotto.
Le vicine Vesteralen, sicuramente meno uniche dal punto di vista paesaggistico, sono altrettanto selvagge ed offrono la possibilità di un’esperienza di whalewatching in alto mare del Nord con partenza dal remoto villaggio di Andenes.

Qualche suggerimento logistico orientato ai climber:

Arrivare e spostarsi sulle Isole: tutte le possibilità per tutte le tasche ed i tempi. L’aeroporto diu Svolvaer, servito da voli interni da Oslo, consente di catapultarsi direttamente al centro delle isole ma naturalmente non è la soluzione più economica né quella più graduale. Molto bello volare su uno degli aeroporti della costa est norvegese (Oslo, Bergen, Bodo o Evenes ed avvicinarsi all’arcipelago in auto, anche in questo caso regolandosi in base al tempo a disposizione). Noi siamo volati da Oslo su Evenes, noleggiato un’auto qui (indispensabile per i climber) e raggiunto Henningsvaer in 4 ore. Altra soluzione, sicuramente meno immediata ma molto reale, è l’impego (6 ore circa) del traghetto dal porto di Bodo con arrivo a Moskenes. L’isola di Vaeroy, l’ultima dell’arcipelago, è raggiungibile soltanto in battello che in alcuni giorni effettua una sola corsa di andata senza ritorno, rendendo indispensabile pernottare sull’isola (esperienza indimenticabile).

Arrampicata: la guida Rockfax del 2017 recensisce tutte le zone di scalata divulgate oggi. La struttura più famosa è senza dubbio il Presten, che fa parte del comprensorio di Henningsvaer, sicuramente il più vasto e frequentato dai climber. Le pareti sono però ovunque e se si va con l’idea di esplorare ed aprire nuove vie credo che il potenziale del sito sia ad oggi inimmaginabile. L’altra struttura classica è quella del Svolvaergeita, un monolite biforcuto posto proprio sopra l’abitato di Svolvaer.

Materiale: due serie di Friend normali, una di micro friend ed una di nut sono la dotazione minima, naturalmente relativizzando tutto sulla difficoltà delle vie e sulle proprie capacità. Considerate che spesso i tiri sono lunghi e che quattro pezzi minimo (ma anche di più per chi non è inglese come noi e non disdegna il “rinforzino” J) vi serviranno per la sosta di partenza e quella di arrivo, per cui le misure doppie si esauriranno facilmente.


Sul primo tiro di Gandalf all'omonimo settore

Il villaggio insulare di Henningsvaer


Pianokrakken Area

La cupola granitica del Presten

I caraibi al circolo polare

Il Rheinfjord



Vaeoroy


Su BareBlabaer al DjupFjord... facile ma bellissima!!!


L'abitato di Svolvaer

Scendendo dal Svolvaergeita...alle 10 di sera più o meno

E ci sono anche le balene!


sabato 7 ottobre 2017

A volte ritornano, Monte Phuc.

Complimenti ad Andrea Giorda che riesce sempre a trovare delle nuove linee d'arrampicata per far divertire gli scalatori torinesi. La via "A volte ritornano" è ben protetta a spit dove non si possono aggiungere protezioni veloci, in libera raggiunge difficoltà intorno al 7a+.
L`avvicinamento non lunghissimo (circa un ora e mezza dall'auto) si trova nel selvaggio ambiente del Vallone di Noaschetta.
Salita in compagnia dell'accademico Marco Bagliani in una giornata caldissima di metà agosto, credo che lo zero termico fosse stato sui 6000 metri.
Una bella via che merita di essere ripetuta.

Gil prima del tiro chiave

Marco sulla placca del primo tiro

Il forte Bagliani


In sosta





Top and selfie


giovedì 27 luglio 2017

Aiguille du Moine, Miss Tique (6c+ max, 6b obbl.)

Ormai non sono tantissime le zone del Bianco in cui non mi sia infilato…per lo meno fra quelle appetibili per un falesista con la passione delle multipitch in montagna. E così in un fine giugno torrido con canicola ai limiti dell’incredibile a Chamonix, il Cobra ed io ci avviamo verso il remoto rifugio del Couvercle, posto al fondo della mer de Glace alla base del selvaggio bacino chiuso da montagne poco frequentate dal versante italiano, forse ancor meno da quello francese (Aig. de Leschaux, Aiguille Savoie, Talèfre,…).
Obiettivo del week end è Miss Tique, via aperta negli anni ’90 da Romain Vogler sulla parete est dell’Aiguille du Moine, montagna ampia e complessa che presenta itinerari diversi ed interessanti che corrono lungo i suoi diversi versanti. La via viene descritta da più parti come una delle più belle dell’intero massiccio, quindi come non andare a dare un’occhiata?
Lo scarso allenamento, e soprattutto le mie condizioni ancora tutt’altro che normali dopo il malanno di inizio mese, rendono la salita al Couvercle particolarmente lunga e faticosa
Il rifugio poi, oltre a proporre un’accoglienza davvero notevole, è un balcone sontuoso sulla nord delle Jorasses, sperone Walker in primis, di cui da qui si intuisce l’intera linea; come sempre però, ogni paradiso esige il suo pegno, che nel caso del Couvercle consiste in un avvicinamento lunghetto, non meno di 3 ore da Montenvers utilizzando le recenti nuove scale poste circa 20’ dopo quelle che, sul versante opposto, consentono l’accesso al bacino dell’Envers.
Dal rifugio l’accesso alla via è rapido e comodo, prima su tracce e sfasciumi e nell’ultimo tratto su quel che resta del ghiacciaio del Moine (piccozza e ramponi comunque necessari in caso di neve dura).
La via parte con un primo tiro interessante (variante dell’originale che consente di attaccare anche con livello del ghiaccio ribassato), per decollare decisamente con una seconda ed una terza lunghezze entrambe a 5 stelle. L4, L5 ed L6 pur restando piacevoli sono meno continui ed interessanti dei precedenti, mentre L7, agli atti 6a+ in placca, invita caldamente a non fare errori vista la chiodatura tendente all’expo. Dopo un L8 anch’esso ordinario la via dà un'altra impennata di qualità con il maestoso L9, praticamente 50 metri di fessura regolare di dita interamente da proteggere intervallati da un gradino per decontrarre a metà e da un finale su bellissimo muro rosso (6b+ non facile, utilissime le doppie misure di friend piccoli e medi ed i nut).
La decima lunghezza, dopo un inizio su spigolo tecnico, conduce più facilmente ad una cengia di lastre accatastate da cui, dopo uno spostamento di una 50ina di metri su rocce rotte ci sarebbe ancora un tiro in diedro (che noi non abbiamo fatto) per uscire sulla cresta sommitale.
Personalmente ho trovato la via sicuramente piacevole per qualità della scalata e bellezza dell’ambiente, ma forse, a differenza di qualche commento letto qua e là, non degna di essere annoverata fra le più belle del massiccio, principalmente a causa di qualche tiro mediocre e di una sensazione di “parete” non a livello di una Voyage o di una Sale Athée. In ogni caso, itinerario e luoghi assolutamente consigliati!

Panorama non male dal rifugio Couvercle

Chissà perchè lo hanno chiamato così





Il bellissimo L2, 40 metri di fessura con qualche santo spit prima della sosta

Il Cobra sul delicato L3

 L4
L4

Parte finale di L9

Con l'ultima doppia si arriva comodamente a metà del pendio finale



domenica 16 luglio 2017

"Premier de Corveè" Brevent Chamonix Mount Blanc

Che bello stare seduti in un bar nel centro di Chamonix a bere birra e Pastis con il vecchio amico Rouge. Mentre le ore e le birre passano tra vecchi ricordi e nuovi gossip cerchiamo di pensare a che via fare domani...Così tra un pensiero al Capucin alla più vicina Ma Dalton all'Aiguille du Midi finiamo fortunatamente alla più bassa e corta via in Breven di Pallandre...questa splendida decisione ci permette di ordinare altre birre e di stare a chiacchierare per altre ore...con l'età si diventa sempre più saggi...
Riguardo alla via posso dire che è molto bella, 4 tiri prevalentemente in fessura e diedri con gradazione intorno al 6c da integrare..basta una serie media di friends, meglio doppiare i piccoli.

Io sull'ultimo tiro di 6c+ fessura di dita da proteggere

la 1 è Premiere du corveè

io e il rouge in cabinovia

Avvicinamento

Rouge sul diedro del secondo tiro


Il terzo tiro

Sempre bello scalare



giovedì 22 giugno 2017

Engelhorner - Kadenz (7a max, 6b obbl.) e Hintisberg - Todi (7a max, 6b obbl)

Sembra che il mio organismo stia avendo la meglio sul fastidioso ed antipatico virus che mi ha messo KO nelle ultime due settimane e così, seppur non ancora in forma smagliante, convinco Carole ad una toccata e fuga (si fa per dire, considerando che da Lux sono minimo 5 ore) in terra elvetica per rimetterci un po’ su qualche multipitch, possibilmente non troppo dura vista la convalescenza ancora in corso.
Approfittando delle molte ore di sole, sabato alle 12 siamo all’attacco di Kadenz, al Rosenlauistock, simpatica parete nel gruppo degli Engelhorner che da tempo mi incuriosiva. Il quadro è magnifico, con una vista mozzafiato sul ghiacciaio di Rosenlaui sovrastato dall’imponente parete del Klein Wellhorn, su cui corrono famosi 600oni tra cui la classica Gletschersymphonie. Optando, ovviamente, per la variante di destra sul primo tiro che abbassa di una tacca l’obbligatorio, risaliamo rapidamente tutti i 7 tiri fino ad uscire sulla cresta sommitale; Kadenz è una via simpatica e non difficile, con un paio di lunghezze particolarmente belle (L4 ed L6). Chiodatura ottima e ravvicinata dal 6c in su, più allungata al di sotto, senza mai divenire particolarmente ingaggiata.
Dopo un’ottima cena al parcheggio di Rosenlaui e una campeggiata abusiva nello stesso, la mattina successiva ci spostiamo nella zona di Grindelwald per visitare la parete di Hintisberg, dove i fratelloni svizzeri più noti del circo arrampicatorio, i Remy brothers, hanno aperto una manciata di vie fra i 150 e i 200 metri in questa che potrebbe essere tranquillamente definita una falesia d’alta quota.
Il luogo mi incuriosiva principalmente per la fama legata alla splendida visuale sulla parete nord più famosa delle Alpi e forse del mondo, l’Eiger naturalmente; oltre a confermare il panorama davvero superlativo, che oltre al celebre orco propone anche il resto del tris di questa parte dell’Oberland, vale a dire Monch e Jungfrau, percorrendo la via Todi (7a max, 6b obbl.) abbiamo con sorpresa trovato anche una piacevolissima arrampicata su roccia impeccabile, discretamente fisica e con un ultimo tiro memorabile su roccia grigia.

Sul bellissimo L4 di Kadenz

Il ghiacciaio di Rosenlaui con a destra i 600 metri verticali del Klein Wellhorn

L'uscita del bellissimo L6

Serve dire cos'è?

Ultimi metri prima di arrivare in sosta sull'ultimo tiro di Todi

martedì 20 giugno 2017

Pasqua in Vercors (Le Droit Chemin e Les Hirondelles de Faubourg)

La falesia di Presles, ed il Vercors in generale, trasmettono un’impressione di zona un po’ demodé dal punto di vista arrampicatorio. In 4 giorni in pieno periodo di vacanza trascorsi da queste parti, abbiamo infatti incontrato pochissimi scalatori e le pareti in generale non danno l’impressione di essere molto frequentate. E pensare che 10/15 anni fa la lunga barra calcarea dei Rochers de Presles compariva spesso sulle riviste ed alcuni dei suoi itinerari (più di 250 in tutto) avevano anche assunto una certa notorietà.
Il risultato però è tutt’altro che sgradevole: infatti, pur essendo a mezz’ora da un’autostrada, salire una via alla Paroi Rouge permette di immergersi in un ambiente già discretamente selvaggio ed isolato e di vivere una giornata bella piena, fatta di avvicinamento dall’alto (perfettamente segnalato), doppie e relativa risalita. La via che abbiamo scelto per il primo giorno è una classica della parete, Le Droit Chemin (7b max, 6b obbl.), che alterna bei tiri su placche grigie a sezioni su diedri più o meno superficiali, con a metà il superamento di uno strapiombo/tetto decisamente atletico. La via, nell’ordine del 6b/6c con chiodatura sicura ma non ascellare, è discretamente fisica fino agli ultimi tiri; sempre meglio pertanto conservare un po’ di energia per godersela davvero tutta.
Il secondo giorno abbiamo visitato le bellissime falesie cui si accede dal villaggio di Tamée: incredibile come il Vercors, a mezz’ora dalla strada, celi degli angoli tanto selvaggi e incontaminati. Abbiamo scalato all’Auberge Espagnol, che propone tiri principalmente su canne e buchi decisamente fisici. Poca roba sotto il 7a, meglio andarci con un po’ di carburante…
Per il terzo giorno ci siamo spostati nella zona di Ombleze, dove nel settore delle Gorge abbiamo salito la bella e nota “Les Hirondelles de Faubourg” (6c max, 6b obbl.)
, inclusa nell’ormai celeberrima lista delle “Parois de legende” della famiglia Petit. La via merita giustamente la sua fama, derivante principalmente da ingaggio minimo e scalata molto ludica, praticamente tutta in strapiombo su strati e prese franche che ricordano vagamente le sbracciate dei Mallos di Riglos. Fa eccezione l’ultimo tiro, un 6b da antologia della scalata su roccia grigia semplicemente perfetta. Per il rientro, al posto delle probabilmente più rapide doppie, abbiamo optato per la discesa a piedi. Dall’uscita si segue tutto il filo di cresta (per tracce non sempre evidenti) fino ad un evidente colletto boscoso da cui parte un sentiero ben marcato che scende nel vallone che riporta alla strada; certamente un po’ più lungo come dicevo, ma paesaggisticamente molto piacevole.
Prima di ripartire ci scappano ancora due tiri mattutini nella storica falesia di Balme Etrange, proprio sopra l’entrata delle Grotte di Choranche.  

Roccia magnifica sullo stupendo L2 di Le Droit Chemin


Il settore Paroi Rouge della falaise de Presles, probabilmente uno dei più belli dell'intera falesia

Sul penultimo tiro, in traverso, de Les Hirondelles de Faubourg



I bellissimi setttori nei pressi del villaggio di Tamée: Auberge Espagnol e Presqu'ile